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Manicomi in Italia, psichiatria e anti psichiatria

Manicomi in Italia, psichiatria e anti psichiatria

La maggior parte dei manicomi esistenti in Italia viene costruita nel XX secolo. Nel 1904 la legge Giolitti o “Legge sui manicomi e gli alienati” prevedeva il ricovero coatto, la perdita dei diritti civili e la custodia in ambiente protetto nell’ottica di una funzione generale di difesa sociale. Il testo della legge recitava: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose per sé o per gli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi.”

La funzione terapeutica e quella di sicurezza sociale si fondevano, ogni tipo di violenza e umiliazione era giustificata da intenzioni terapeutiche. L’idea di fondo era quella di una connessione tra patologia psichiatrica e pericolosità: il malato di mente era ritenuto intrinsecamente pericoloso, perciò la società doveva provvedere a difendersi e a difendere il malato da sé stesso.

Negli anni Trenta in Italia iniziano a diffondersi tecniche (elettroshock) che hanno come principale finalità l’induzione di un breve stato di coma per riportare i pazienti più agitati in uno stato di momentanea quiete. Il manicomio rimaneva la principale forma di trattamento per gli psichiatri della prima metà del XX secolo.

Ad un certo punto però la scienza psichiatrica viene messa in discussione, psichiatri militanti e filosofi, sociologi e psicoanalisti cominciano a riflettere sulla questione e a criticare le istituzioni manicomiali, con una vasta eco su stampa e società civile.

Nel corso degli anni Sessanta poi cominciano ad essere tradotte e pubblicate le opere di psichiatri, sociologi e filosofi stranieri: si diffondono le teorie sociologiche di Erving Goffman e le teorie foucaultiane, ma anche i lavori degli psichiatri Ronald Laing, David Cooper e Thomas Szasz, che insieme alla riflessione fenomenologico-esistenzialista sull’essere di Sartre, hanno avuto una notevole influenza sul pensiero di Basaglia e sul movimento cosiddetto antipsichiatrico.

Antipsichiatria è un termine coniato nel 1967 da David Cooper nel suo volume ‘Psichiatria e antipsichiatria’, diviene poi il nome di un movimento di pensiero che sostanzialmente operava verso una demedicalizzazione della follia, contro il concetto di violenza e custodia come cura e contro il concetto di malattia mentale, verso una sostanziale trasformazione dell’assistenza psichiatrica.

Tuttavia in quaranta anni sono cambiati i luoghi fisici, le cui condizioni igieniche e sociali sono discretamente migliorate, sono state introdotte più figure professionali, ma spesso le terapie farmacologiche, i confini chiusi, la riduzione a individui assoggettati alle regole del discorso dominante, la mancanza di reti sociali e di attenzione alla relazione umana, le prassi sui cui è basato il trattamento a scapito dell’attenzione al caso singolo e a tutto quello che ogni individuo porta con sè, rendono i luoghi di cura degli utenti affetti da disagio psichico, posti in cui ancora si agisce un sostanziale controllo sugli individui e dove questi sono etichettati come ‘malati’ relegandone i corpi in spazi chiusi. Ancora oggi la malattia mentale è sottoposta ad un controllo sociale e politico, ad una disciplina del corpo e del linguaggio, seppur in un contesto di terapia e riabilitazione. Ancora oggi le persone con disturbi mentali rappresentano lo scarto, la deiezione della società, la società continua a non riconoscere queste persone o peggio ad averne paura, delegandone così la vita al controllo poliziesco e statale, alla medicalizzazione spesso coatta e alla segregazione.

Oggi i disturbi mentali in Italia vengono trattati all’interno di strutture pubbliche e private che si occupano di accogliere, trattare e ‘riabilitare’ gli utenti. Le persone con disturbi psichiatrici spesso subiscono ricoveri in ospedale – presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, ci rimangono il tempo necessario perché si ‘calmino’, per poi essere rimandati a casa ed essere seguiti dai servizi territoriali, come i Centri di Salute Mentale, o venire trasferiti in comunità di vario genere, dette Strutture Residenziali Terapeutiche e Riabilitative.  Ancora oggi il trattamento prevede un massiccia somministrazione di terapie farmacologiche, negli ospedali ancora sono previste misure di contenimento fisico.

Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza di Erving Goffman

asylums erving goffmanTradotto per la prima volta nel 1968 da Einaudi, questo testo prima di tutto definisce il senso dell’espressione ‘istituzione totale’. Un’istituzione totale è un luogo dove vivono gruppi di persone in un «regime chiuso e formalmente amministrato». All’interno di queste istituzioni tutte le attività sono svolte negli stessi luoghi, sotto il controllo di una autorità. Attraverso la rigida organizzazione gerarchica, la gestione di ogni fase della vita e di ogni bisogno da parte dell’apparato istituzionale, il manicomio – e ogni altra istituzione totale – è deputato a svolgere una specifica funzione: la modifica forzata della persona reclusa. Lo studio di Goffman procede mostrando come tutte le istituzioni totali abbiano un fine dichiarato e sistematicamente disatteso: per i manicomi questo fine è la cura della malattia mentale, ma è realizzato attraverso pratiche di mortificazione del sé, come la spoliazione, l’allontanamento dalla vita all’esterno e l’isolamento, la repressione di qualsiasi forma di ribellione, anche di quella quantità che nel mondo esterno è normalmente concessa come reazione ai soprusi.

Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault

Copertina di Storia della follia nell'eta classica di Michel FocaultFoucault si dedica allo studio delle esperienze della follia, della psichiatria e dell’internamento psichiatrico muovendo dal tema fondamentale dell’esclusione: la follia, la delinquenza, la malattia e la perversione, ‘esperienze’ che sono state importanti nella nostra cultura. Questo testo, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1963, è un’analisi di come la malattia mentale sia stata pensata e trattata durante la storia dell’umanità. La follia nel Medioevo era un concetto dominato dall’elemento tragico che incarnava il viaggio dell’uomo verso l’ignoto e la morte. Il XVII secolo, quello del “Grande internamento”, avvenne un passaggio dei compiti di assistenza dalla competenza della Chiesa a quella dello Stato, si realizzò una trasformazione nella direzione di una ‘laicizzazione della carità’. In questa fase la follia acquisì uno stretto legame con la morale, mentre iniziava a farsi strada l’idea della moralità come questione di Stato. Nelle istituzioni dell’età classica la cura e la punizione morale si fondono, si intersecano, così come convivono la follia ed il peccato. Con gli strumenti coercitivi e repressivi si instaurerà un intreccio tra medicina e morale. Segregazione sociale e internamento nell’età classica hanno soffocato la voce della follia, follia legata al concetto di estraneità dell’umano, legittima e inesorabile, aspetto necessario e inevitabile della condizione umana, secondo il filosofo. Da qui la ‘necessità della follia’, intimamente connessa alla ragione, Foucault ne interroga il rapporto prima che la follia divenisse ‘malattia mentale’ per le istituzioni e per la psicopatologia, una ‘regione scomoda’ da cui nascerà il linguaggio della storia.

Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France (1973-1974) di Michel Foucault

Copertina di Il potere psichiatrico di michel focault

Essenziale nel concetto di potere è che il suo punto di applicazione è sempre il corpo; ogni potere, secondo Foucault, è fisico, meticoloso e calcolato quello dei manicomi. Foucault individua nella nostra società un potere disciplinare diffuso “attraverso cui il potere politico – i poteri in generale – arrivano, come ultima soglia della loro azione, a toccare i corpi, a far presa su di essi, a registrare i gesti, i comportamenti, le abitudini, le parole; (…) il potere disciplinare è una modalità, del tutto specifica della nostra società’’.

Secondo il filosofo il meccanismo della psichiatria è basato sulla disciplina. A partire dall’età classica nasce e si sviluppa questa tecnologia del potere attraverso una serie di apparati corporali, che mirano a vietare, ad estorcere la verità, a manifestare sul corpo del malato la forza del potere, a correggere e addestrare il corpo.

Foucault affronta la questione del manicomio come luogo di formazione di un certo tipo di discorso di verità, e quella del rapporto tra manicomio e famiglia, nella storia dell’umanità primo soggetto ad interdirne i propri membri, azione che poi verrà trasferita allo Stato, cosicché il malato mentale non sarà più pericoloso per la famiglia, ma per il sociale. Foucault trova inoltre l’esistenza di uno squilibrio di potere tra malato e psichiatra. Nello spazio coatto dell’Istituto il medico lavorerà per sostituire alla volontà del malato una “volontà estranea”, una eteronomia, e cioè tutta la realtà del manicomio.

L’io diviso di Ronald D. Laing

Copertina di L'io diviso R. D. Laing

Nel 1969 Einaudi pubblica L’Io diviso. Studioso di psichiatria esistenziale, Ronald David Laing fu psichiatra e psicoanalista, poeta, saggista, esponente della controcultura, fautore dell’uso dell’LSD e dell’incontro tra la ricerca psicoanalitica e psichiatrica e le nuove generazioni e i movimenti degli anni Sessanta e Settanta negli USA.

Laing fu critico nei confronti delle istituzioni psichiatriche e del trattamento della malattia mentale attraverso tutte le tecniche di invasione del corpo e dell’istituzionalizzazione della violenza. Il volume presenta nuove prospettive sulla schizofrenia e sul concetto di malattia mentale ispirate dalla filosofia esistenzialista e fenomenologica, in particolare da ‘L’essere e il nulla’ di Sartre e da Karl Jaspers. E’ la prima opera che apre la strada all’orientamento antipsichiatrico, ed insieme ad altri esponenti della psichiatria come Cooper e Szasz e della psicoanalisi, come Lacan, Laing sosteneva che si potesse parlare allo psicotico, che occorresse valorizzare ogni espressione del paziente e che facendo attenzione ai suoi vissuti e alle sue esperienze interne si potesse capire la persona con disturbi mentali.

L’utopia della realtà di Franco Basaglia

Copertina di L'utopia della realtà Franco Basaglia

Basaglia, psichiatra nell’Ospedale prima di Gorizia poi di Trieste, recepì le riflessioni di Goffman e Foucault. La rivoluzione basagliana iniziò a partire da una serie di critiche: all’istituzione del manicomio, al ruolo dello psichiatra, alla malattia come etichetta totalizzante. L’esperienza basagliana nasceva dalla pratica psichiatrica come terreno di costruzione di un nuovo modo di pensare e trattare la malattia mentale, considerata non danno in sé ma risposta individuale agli eventi sociali. Fu la prima esperienza anti-istituzionale nell’ambito della cura psichiatrica. Basaglia tentò di introdurre il modello della comunità terapeutica all’interno dell’ospedale, eliminare tutti i tipi di contenzione fisica e le terapie elettroconvulsivanti e aprire i cancelli dei reparti. Non più solo terapie farmacologiche ma un nuovo tipo di clinica basata sulla relazione umana.
L’incontro con il folle era possibile solo abbandonando la posizione di potere che il ruolo dello psichiatra rivestiva. Il lavoro con la sofferenza mentale appariva possibile solo nella libertà, solo fuori dall’istituzione. Riguardo i rapporti tra psichiatria e potere, Basaglia sottolineava quanto la psichiatria fosse una scienza asilare, volta a rassicurare il consenso sociale attuando la separazione tra i comportamenti accettati e «abnormi». Per poter avvicinarsi realmente al malato e restituirgli una dignità d’umano occorreva prima di tutto negare la realtà dell’istituzione e il potere del medico psichiatra sul paziente psichiatrico. Il problema veniva spostato dalla malattia alla relazione con il malato, mentre proprio la scienza psichiatrica tradizionale sembrava aver costruito le etichette per attuare l’esclusione di alcune categorie di persone.

Ma la riflessione di Basaglia in questo testo va oltre, ogni intervento di umanizzazione rischiava di tramutarsi nella costruzione di un nuovo rapporto dominato dalle stesse dinamiche di potere basate stavolta su sentimenti di dedizione e riconoscenza verso il medico. Era necessario sovvertire quel potere che legava il malato al medico e annientare l’istituzione dove questo rapporto si giocava.

La Repubblica dei matti di John Foot

Copertina di La repubblica dei matti di John Foot

Lo storico inglese ricostruisce l’esperienza basagliana che a partire dagli anni Sessanta segnò la storia della psichiatria in Italia e del movimento di psichiatria radicale sviluppatosi attorno alla chiusura dei manicomi in Italia. Foot propone un racconto storico attraverso la voce di alcune delle persone che hanno vissuto questa esperienza in prima linea,  tra cui la figura di Franca Ongaro, compagna di Franco Basaglia, esponente principale dell’équipe basagliana. Rinunciò al suo lavoro di scrittrice per dedicarsi alla lotta, che diventò la missione della sua vita, non fu mai impiegata nell’ospedale ma fu un elemento fondamentale nelle pubblicazioni legate all’esperimento goriziano.

Fu lei a scrivere materialmente tutti gli articoli della coppia Basaglia-Ongaro e i libri a partire dal periodo goriziano, scrisse articoli usciti solo a suo nome, firmò contributi a Che cos’è la psichiatria? e all’Istituzione negata e tradusse testi fondamentali come Asylums di Goffman.

Il pregiudizio psichiatrico di Giorgio Antonucci

pregiudizio-psichiatrico-giorgio-antonucciUna critica alla psichiatria dall’interno quella di Giorgio Antonucci, medico, collaboratore di Franco Basaglia, direttore del reparto ‘agitate’ del manicomio di Imola. In questo volume l’autore afferma che è la psichiatria ad avere per prima costruito il concetto e aver provocato l’isolamento del ‘matto’. “A ben poco serve attaccare l’istituzione del manicomio se non si porta un attacco radicale allo stesso giudizio psichiatrico che ne è alla base, mostrandone l’insussistenza scientifica. Finché non sarà abolito il servizio psichiatrico, la realtà della segregazione continuerà a fiorire dentro e fuori le pareti del manicomio”. Il messaggio di Antonucci è che la malattia mentale non è una malattia e la psichiatria non è una scienza, e lo dimostra attraverso le voci dei suoi pazienti di Imola “liberati” dalla segregazione psichiatrica. Venti anni di esperienza nelle istituzioni manicomiali lo hanno portato a poter riflettere sugli effetti del pre-giudizio psichiatrico. Secondo Antonucci non esiste un’alternativa alla psichiatria se non l’abolizione della psichiatria.

La razionalità negata – psichiatria e antipsichiatria in Italia di Gilberto Corbellini e Giovanni Jervis

razionalita-negata-gilberto-jervisA trent’anni dalla legge 180, un dialogo tra uno dei protagonisti di quegli anni, Giovanni Jervis, psichiatra, amico e collaboratore di Franco Basaglia, e uno storico della medicina. La politica psichiatrica italiana, i problemi sociali e medici legati al disagio mentale negli ultimi cinquant’anni in Italia, dal riformismo dei primi sessanta alla controcultura giovanile, dalla sinistra dei settanta ai problemi di gestione sul territorio, ma anche etica della medicina, diritti del malato, autodeterminazione personale, garanzia della libertà individuale: questi i temi drammaticamente attuali che i due studiosi analizzano e su cui riflettono.

Psichiatria, non psichiatria. La follia nella società che cambia di Carlo Viganò

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Attraverso una lettura storico-clinica della follia nell’occidente, un libro che propone una svolta epistemologica radicale del discorso dominante sulla salute mentale. A partire dall’opera di Foucault, non è una storia della psichiatria ma della follia come limite e deiezione della società umana.

In particolare Viganò chiarisce come la scoperta freudiana abbia trovato un nuovo oggetto d’indagine, l’inconscio, e che il soggetto dell’inconscio sia altra cosa rispetto all’Io. I successivi studi lacaniani sulla psicosi dimostrano che il delirio e i fenomeni inconsci non costituiscono una perdita del Sé o un deficit delle funzioni cognitive ma sono aggiustamenti secondari, atti creativi e riparativi che l’individuo mette in campo per far fronte alla rottura che il fenomeno psicotico introduce.

Il volume di Viganò è anche un excursus storico sulle lotte degli anni 60 e 70 che hanno avuto di mira l’Università, il manicomio e gli stili di vita borghesi, cioè i modi del godimento nel loro rapporto con la legge (il matrimonio, l’aborto, il corpo in genere, l’uso di droghe). In Italia la rivoluzione basagliana ha avuto come esito il profondo ripensamento della follia in una connotazione radicalmente sociale. La prima cosa era insomma smantellare l‘istituzione e immettere in circolazione il folle.

L’autore mostra i limiti di una scienza psichiatrica che oggi è finita su un terreno mortifero: “viene proclamata una pratica di igiene mentale, di prevenzione, che in pratica ha effetti di segregazione volti alla riduzione del danno sociale, e questa pratica ha un ideale di riferimento, che è la sperimentazione (…)’’.

L’esperienza dello psicoanalista, a partire dal rapporto con la psicosi, è ciò che porta invece ad un rapporto con il godimento che non sia solo quello della legge.  “Si struttura così una particolarissima clinica, dove sintomo non è il segno di una malattia, ma del soggetto stesso…In quanto formazione dell’inconscio la metafora sintomatica esprime, dolorosamente e spesso in modo insoddisfacente, la peculiarità e l’unicità di un soggetto.”

Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento di Valeria P. Babini

liberi-tutti-valeria-babiniIl volume di Valeria Paola Babini – professore associato di storia della scienza e storia della psicologia all’Università di Bologna – ripercorre la storia dei manicomi italiani nel Novecento. Attraverso fonti a stampa, letteratura grigia e letteratura scientifica, l’autrice racconta una storia sulla follia, l’opinione pubblica, l’orrore della quotidianità intollerabile che per decenni si è celata dietro i muri dei manicomi, dialogando con le voci più varie che ne furono testimoni – medici, giornalisti, scrittori, politici, registi, ex degenti, cittadini. Il libro si sofferma in particolare sui traumi da trincea della guerra ’15-18, sull’invenzione italiana dell’elettroshock, la scoperta degli psicofarmaci, la rivoluzione psichiatrica degli anni Sessanta, la strada verso la legge 180.

La fabbrica della cura mentale di Piero Cipriano

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Uno psichiatra che racconta come funziona oggi il trattamento della malattia psichica nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (meglio conosciuti come Spdc) degli Ospedali pubblici. Piero Cipriano in uno di questi Servizi psichiatrici (a Roma) ci lavora da anni e ne racconta le pratiche: la prassi è che i «pazzi» si legano se sono arrabbiati, problematici, agitati, possono restare legati per giorni, in questi reparti, più che curare si trattiene, si somministrano farmaci, si seda, si lega.

Il libro dello psichiatra «riluttante», come si autodefinisce Cipriano, rivela con indignazione, delusione, rabbia anche nei confronti di se stesso, la realtà di questa umanità.

Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta Berengo Gardin Gianni

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Per la prima volta il reportage completo di Gianni Berengo Gardin realizzato negli anni Settanta negli istituti psichiatrici italiani. La fotografia entrava per la prima volta all’interno di queste strutture chiuse mostrandone condizioni e situazioni che fino a quel momento non dovevano essere mostrate.

“Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati.” A distanza di molti anni, la documentazione completa realizzata da Gianni Berengo Gardin in quell’occasione – muovendosi con Carla Cerati e poi anche da solo in diverse strutture italiane, da Gorizia a Trieste, da Parma a Firenze e a Siena.

La pecora nera. Elogio funebre del manicomio elettrico di Ascanio Celestini

la-pecora-nera-ascanio-celestiniUn libro, poi diventato anche spettacolo teatrale e DVD, che è il racconto dei 35 anni di «manicomio elettrico» di Nicola, il protagonista del racconto. Costruito attraverso le parole di due figure, l’infermiere Adriano Pallotta e Alberto Paolini, 42 anni alle spalle, trascorsi tutti in un manicomio, «Senza di loro non ci sarebbe stato il racconto, perché è attraverso la vittima e il carnefice che si intuisce cosa è stato davvero il manicomio; non un luogo di cura, ma un appuntamento con la morte dilazionata nel tempo. Un luogo dove poter inscatolare persone, come in un supermercato». Celestini racconta l’alienazione del disagio mentale e le invenzioni di un uomo che legge l’intorno confondendo necessariamente i bordi che dividono la realtà dalla fantasia: «Insomma, Nicola, la sua storia, è il pretesto per raccontare la vita di un uomo per nulla integrato in una società ordinata, che vorrebbe decidere tutto per lui. Si ritrova in un ospedale psichiatrico, sì, ma potrebbe benissimo finire in carcere.»